Crisi, economia di mercato e modelli alternativi: provocazioni per il giurista

aut Sabino Fortunato

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La crisi finanziaria sviluppatasi fra il 2007 e il 2008, poi rapidamente propagatasi all'economia reale, ha posto un interrogativo "di fondo", che investe la sostenibilità stessa dell'attuale modello di economia di mercato.

Nel presente contributo, dopo aver brevemente illustrato i contenuti e gli elementi costitutivi di detto modello, ci si sofferma ad analizzare tre diverse teorie (l'economia della felicità, la teoria della decrescita e l'economia del dono), elaborate nel corso della seconda metà del Novecento, che si pongono come alternative rispetto all'economia di mercato e sono oggi invocate come possibili strumenti di superamento della crisi del capitalismo, e se ne traggono alcuni spunti di riflessione sul piano della teoria generale del diritto e della teoria dell'impresa. 

The financial crisis of 2007-2008, rapidly spread to the real economy, questioned the sustainability itself of the current market economy model.

This article first provides a brief overview of the contents and the fundamentals of the above-mentioned model, then focuses on three different theories (the economics of happiness, the degrowth theory, the economic theory of gift-giving) that emerged in the second half of the 19th century. These theories offer alternative approaches to those suggested by the classic market economy model and are currently mentioned as possible means to overcome the crisis of capitalism.

In light of the above, the article draws some conclusions about the general theory of law and the theory of the firm.

 

1. Crisi e ricerca di modelli alternativi all’economia di mercato.

La crisi finanziaria che si è sviluppata fra il 2007 e il 2008, travolgendo inizialmente numerosi e importanti istituti creditizi e finanziari, si è rapidamente trasmessa all'economia reale per poi colpire anche il debito degli Stati sovrani innescando in vaste aree del globo una spirale recessiva, di cui si fa fatica a cogliere la fase terminale[1].

            Se è pur vero che la crisi ha dimensioni globali, è altresì evidente che essa accentua le debolezze istituzionali e strutturali di alcune regioni e di alcuni Paesi, in particolare le carenze di "governance" efficace ed efficiente dell'Unione Europea e nel suo ambito degli Stati, come l'Italia, che non hanno saputo affrontare per tempo le necessarie riforme strutturali e il riammodernamento del tessuto industriale attraverso adeguate politiche innovative.

            Ma la crisi ha posto anche un interrogativo più radicale, sul quale è opportuna la riflessione non solo di economisti e sociologi (che si sono mostrati più sensibili alle trasformazioni epocali che si accompagnano normalmente ai processi di crisi profonda della società e dell'economia), ma altresì di giuristi (che in verità appaiono, sotto il segnalato profilo, meno propensi a spostarsi da un mero lavoro interpretativo-esegetico ad un più ampio lavoro ricostruttivo delle molteplici "razionalità" che percorrono il sistema).

            E l'interrogativo di fondo investe la sostenibilità stessa del modello di economia di mercato che ha caratterizzato negli ultimi decenni, dopo il crollo delle economie socialiste centralizzate, in maniera pressoché generalizzata lo sviluppo delle società non solo occidentali: la crisi che ha colpito finanza e sistema produttivo deve considerarsi crisi del sistema capitalistico in sé o si tratta di crisi congiunturale dovuta ad abusi delle regole di mercato e ad avidità di alcuni operatori? assistiamo insomma ad una "crisi di civiltà" o ad alcune "mele marce" e a singoli "fallimenti di mercato", cui è possibile porre rimedio pur sempre nell'ambito del sistema capitalistico complessivo?

            Nella seconda metà del Novecento si sono venute elaborando teorie e modelli che si pongono come alternativi al modello classico dell'economia di mercato. E questi modelli vengono oggi invocati come possibili strumenti tesi a favorire l'uscita dalla crisi del capitalismo e a promuovere uno sviluppo sostenibile e rapporti sociali più equi.

            Ci si intende riferire in particolare a tre filoni di studi che aspirano a porsi come vere e proprie teorie scientifiche, supportate da analisi e sperimentazioni: a) l'economia della felicità, che ha preso avvio nella metà degli anni Settanta del secolo scorso da approfondimenti psicologici e sociologici assurti agli onori di riconoscimenti importanti da parte della comunità scientifica; b) lateoria della decrescita(felice o conviviale), che vede fra i suoi maggiori esponenti il filosofo Serge Latouche; e c) l'economia del dono, che trae spunto da un noto "Saggio sul dono" del sociologo e antropologo Marcel Mauss, scritto fra il 1923 e il 1925, e che trova in Alain Caillé e nelMovimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali, nato nel 1981 (con la relativa rivista), le espressioni più significative di questa teoria, peraltro fortemente evocata nell'Enciclica di Benedetto XVICaritas in Veritate.

            Ma prima di soffermarci sui modelli alternativi, è opportuno delineare in termini sintetici i contenuti e i presupposti su cui si fonda il modello dell'economia di mercato.

 

2. I presupposti antropologici e le condizioni dell’economia di mercato: utilitarismo, comportamentismo e consequenzialismo.

Secondo una nota definizione fornita da Ludwig von Mises, "l'economia di mercato è il sistema sociale della divisione del lavoro e della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ognuno agisce per proprio conto; ma le azioni di ognuno tendono tanto alla soddisfazione dei bisogni degli altri che dei propri. Agendo, ognuno serve i suoi concittadini. D'altra parte, ognuno è servito dai suoi concittadini. Ognuno è in sé stesso mezzo e fine; fine ultimo per sé stesso e mezzo per gli altri nei loro tentativi di raggiungere i propri fini"[2].

In sostanza l'economia di mercatosi traduce nello "scambio di equivalenti", secondo un meccanismo che vede una pluralità indefinita di operatori che offrono e domandano beni e servizi senza imposizioni esterne, determinando così il "prezzo" di mercato dello scambio. L'esito più favorevole di tale meccanismo si apprezza in termini di "giustizia retributiva" (scambio di equivalenti), ma esso trascura in quanto tali le questioni di "giustizia distributiva" nella società, partendo dalla teorizzazione di unhomo oeconomicuscome individuo razionale la cui azione è mossa dal principio dimassimizzazione dell'interesse personale. L'equilibrio collettivo e sociale non è che la conseguenza di questa razionalità individuale: la "mano invisibile" del mercato rende gli scambi "efficienti" e consente di raggiungere il miglior risultato possibile.

            D'altro canto è a tutti ben presente l'icastica descrizione che ne fa Adam Smith, unanimemente riconosciuto come il padre dell'economia moderna: "Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, bensì al loro egoismo, e con loro non parliamo mai dei nostri bisogni, bensì dei loro vantaggi"[3].

            Secondo molti pensatori questo modello economico pone capo ad una forma di utilitarismo individuale (o personale) e di comportamentismo psicologico.

Il principio di massimizzazione dell'interesse personale coinciderebbe con il principio di massimizzazione dell'utilità individuale (si pensi alla scuola dell'utilità marginale[4]), intesa come piacere o assenza di dolore suscettibile di calcolo e dunque di quantificazione. L'utilitarismo nella versione originaria (Jeremy Bentham) non disconosce la felicità o benessere sociale, ma ne fa una nozione di tipo aggregativo, concepita come sommatoria delle felicità o utilità individuali, per cui la "giustizia" coincide con "il massimo della felicità per il massimo numero di persone". Si tratta anche di una forma di consequenzialismo, di una teoria dell'azione morale orientata alle conseguenze: un'azione è moralmente giusta non per l'intenzione che la muove, ma per l'utilità che produce. E in definitiva molte regole vengono oggi costruite sulla base di una analisi costi-benefici che è applicazione dei principi utilitaristici[5].

Nel contempo, sul piano della costruzione del modello ideale di "agente economico", l'economia di mercato sembra fondarsi su istanze fortemente semplificatrici, in cui il soggetto è guidato da un principio di razionalità delle decisioni inteso come "capacità di risolvere problemi di massimo vincolato" (senza tener conto di un modello di "mente" più articolato, che integri motivazioni, credenze, desideri e scopi dell'agente), e sul presupposto del comportamentismo psicologico, secondo cui i processi decisionali possono analizzarsi non in sé, in quanto non osservabili, ma tenendo conto dei comportamenti come fatti osservabili[6].

La nascita dell'economia classica e di mercato si inserisce così in pieno nel contesto maturo del razionalismo illuministico settecentesco, che peraltro si era espresso in termini di "felicità pubblica" nei disegni riformatori dei primi illuministi italiani (da Genovesi a Palmieri a Muratori e a Pietro Verri), per trasformarsi poi in "felicità individuale" nelle realizzazioni politico-costituzionali della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America: "Noi consideriamo verità di per sé evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali e che il Creatore li ha dotati di alcuni diritti inalienabili, tra i quali la vita, la libertà ed ilperseguimento della felicità".

Nella seconda metà dell'Ottocento e per tutto il Novecento, il paradigma neoclassico e il positivismo accentuano l'individualismo metodologico e i modelli matematizzati e astratti fondati sulla legge della domanda e dell'offerta e sulla ricerca di equilibri parziali o generali.

 

3. Critiche tradizionali e critiche recenti.

Il modello di sviluppo rappresentato dall'economia di mercato è stato ben presto assoggettato a critiche e correzioni.

            Critiche tradizionali hanno sottolineato che un mercato efficiente (che come si è già detto non produce necessariamente equità distributiva) presuppone la realizzazione di condizioni ideali difficilmente riscontrabili nella realtà operativa. In particolare esso implica: a) concorrenza perfetta (piena ed effettiva) con libertà di accesso ai singoli mercati; b) trasparenza informativa; c) assenza di esternalità, cioè di costi che si trasferiscono sui terzi (costi ambientali, costi sociali, etc.). Il modello ideale non si dà mai allo stato puro nella pratica quotidiana: necessita di continue correzioni e subisce "fallimenti" soprattutto nella produzione dei "beni pubblici" anche a causa del fenomeno del "free rider", su cui l'economia di mercato non è in grado di operare.

            Critiche più recenti, fondate su analisi sociologiche e di psicologia cognitiva e sperimentale, hanno contestato il fondamento antropologico dell'economia di mercato: sul piano individuale (microeconomico) - si è osservato - i processi decisionali effettivi dell'uomo non corrispondono al modello astratto dell'homo oeconomicus, le motivazioni dell'agire umano sono più complesse e meno "razionali" rispetto al modello costruito dall'economia classica o anche neo-classica, e di tanto anche la teoria economica dovrebbe tener conto (nel 2002 lo psicologo cognitivo Daniel Kahneman e l'economista sperimentale Vernon Smith furono insigniti del premio Nobel per l'Economia, proprio per i loro studi che mettevano in discussione la razionalità dell'homo oeconomicusdella teoria neoclassica)[7]; sul piano comunitario (macroeconomico) il principio di "accumulazione capitalistica" ovvero della crescita continua/illimitata non solo è di per sé erroneo ed insostenibile ma si rivela a lungo termine distruttivo, poiché si scontra con il  limite biofisico delle risorse naturali e con i relativi costi ambientali, nonché con il limite sociale in quanto provoca pericolose ineguaglianze e dissolve i legami sociali[8].

            Di qui la ricerca di strade alternative.

4. 4. L’economia della felicità

L'economia della felicitàparte da una duplice constatazione. 

Le economie di mercato, nel presupposto proprio alla "psicologia comportamentale" che la felicità individuale - in quanto "stato d'animo soggettivo" - è grandezza non misurabile, tendono a calcolare lo sviluppo del benessere aggregato di una comunità attraverso indici che ne rilevano la ricchezza o la reddittività materiale. E in proposito si utilizza diffusamente il PIL (GDP in inglese), che però è da molti criticato come idoneo misuratore dello sviluppo complessivo di una società.

In secondo luogo si assiste ad uno strano paradosso, già rilevato nel 1974 da Easterlin (economista dell'Università della California Meridionale), secondo cui, pur essendo cresciuti in misura considerevole dal dopoguerra  in poi i livelli della ricchezza e del reddito individuali nei Paesi occidentali, lafelicità percepitadalle persone non è aumentata di pari grado ed il rapporto fra reddito e felicità presenta un andamento a curva di U rovesciata.

            A proposito della fallacia del PIL (come osserva Giorgio Nebbia[9]), si può ricordare quanto ebbe ad affermare Robert Kennedy l'8 marzo 1968 nel corso della campagna elettorale: "Troppo e troppo a lungo nel nostro paese abbiamo fatto coincidere i valori della nostra società con la pura e semplice accumulazione delle cose materiali. Il nostro prodotto interno lordo è oggi (1968) di 800 miliardi di dollari, ma se dovessimo misurare il valore del nostro paese dal PIL ci accorgeremmo che esso comprende l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre strade dai morti e feriti per incidenti stradali. Comprende il costo delle serrature di sicurezza delle nostre case e quello delle prigioni per coloro che la violano. Comprende la distruzione delle nostre foreste e la perdita del paesaggio distrutto dall'edilizia selvaggia. Aumenta con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e dei veicoli blindati della polizia per fermare le rivolte nelle nostre strade. Comprende le armi e i coltelli e i programmi televisivi che esaltano la violenza per vendere giocattoli per i nostri figli. Il prodotto interno lordo non tiene conto della salute dei nostri figli, della qualità della loro istruzione, della gioia dei loro giochi. Non comprende la bellezza della poesia o la solidità dei valori familiari; non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali e della integrità dei pubblici funzionari. Non misura la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra conoscenza e la solidarietà verso il prossimo. Esso misura tutto, all'infuori di quello che rende la vita meritevole di essere vissuta. E ciò è vero sia per l'America sia per tutti i paesi del mondo".

            E sempre Giorgio Nebbia ci rammenta che "indicatori del benessere e dello sviluppo - qualunque cosa significhino queste parole - diversi dal PIL sono stati proposti molte volte negli anni passati; fra questi si possono ricordare l' "Indice di sviluppo umano", proposto dal programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo; il "Genuine progress indicator"; l'indicatore "Felicità nazionale lorda"; l'"Indice del benessere economico sostenibile" che propone di includere nel bilancio monetario il costo del degrado ambientale, il deprezzamento del capitale naturale, a dire il vero tutte grandezze di non facile misurazione in unità monetarie; il "Benessere nazionale lordo", il "Costo interno lordo", come diceva Boulding, eccetera. Un diffuso indicatore è rappresentato dalla "Impronta ecologica", un numero che corrisponde al numero di ettari di pianeta su cui "pesa" ciascuna persona o ciascun paese, partendo dal presupposto che ogni chilowattora di energia, ogni chilo di ferro o di patate, ogni metro di tessuto usati alterino l'ambiente in maniera corrispondente alla capacità di depurazione o di rifornimento di risorse di una frazione o di un multiplo di ettaro "standard" della Terra".

            Non è questa la sede per l'approfondimento del tema correlato ai più idonei misuratori dello sviluppo umano[10]. Sta di fatto che non solo il più diffuso indice utilizzato dagli Stati è ampiamente contestato, ma è altresì contestato l'assunto di base secondo cui non è possibile misurare la "felicità" come stato d'animo individuale. Indagini condotte da psicologi cognitivi (che studiano i processi decisionali) e da neuroscienziati, attraverso metodologie basate su interviste per campioni e misurazioni dell'attività elettromagnetica del cervello, tendono a dimostrare che la felicità è grandezza oggettiva e misurabile.

            Quanto al paradosso di Easterlin, anche indagini sociologiche successive tendono a confermare che la felicità non coincide con l'incremento del reddito individuale e ribadiscono che nel lungo periodo, mentre il redditopro capiteaumenta costantemente, la felicità rimane sostanzialmente invariata (dati provenienti da indagini Eurostat-Eurobarometro su un periodo che va dal 1975 al 1992); la soddisfazione media riportata dagli europei era, nel 1992, praticamente allo stesso livello di 20 anni prima, a fronte di un considerevole aumento del redditopro capitenello stesso periodo; e risultati molto simili si ottengono anche per gli Stati Uniti. Ciò è rilevabile non solo dalle dichiarazioni soggettive ma anche dai dati statistici: malattie mentali (ansia, depressione), consumo di droghe e psicofarmaci, alcoolismo, suicidi in continuo aumento segnalano disagi crescenti nonostante incrementi reddituali, prolungamenti dell'aspettativa di vita e miglioramenti di condizioni igieniche.

Le spiegazioni offerte sono molteplici, alcune più criticabili altre parziali[11]. Ma i sostenitori dell'economia della felicità puntano il dito soprattutto sul deterioramento progressivo dei cd. "beni relazionali" (e ambientali), per cui la felicità (F) è rappresentata come funzione tanto del Reddito individuale (I) quanto dei beni relazionali (R) (F=f(I,R)).

I beni relazionali rappresentano fattori esterni ed interni che condizionano la percezione della felicità individuale; se ne segnalano almeno sette: relazioni familiari, situazione economica, lavoro, comunità in cui si vive e relazioni amicali, salute, libertà personale e valori personali. E se scienza e progresso tecnologico hanno indubbiamente contribuito a migliorare taluni di questi fattori (salute, situazione economica, qualità del lavoro), altri hanno subìto un deciso peggioramento (relazioni familiari, forza e sicurezza della comunità, valori solidali fondati sull'altruismo…). La conseguenza è una sorta di "vuoto etico" che viene favorito dalla crescente competizione interindividuale (cd. darwinismo sociale) e dalla smithiana mano invisibile.

La proposta avanzata dai sostenitori dell'economia della felicità (R. Layard, D. Kahneman, L. Bruni, S. Bartolini) invita le politiche pubbliche e le azioni private a perseguire la felicità, intesa come "bene comune" secondo il principio benthamiano della felicità collettiva massima possibile, ma partendo dal principio di equità, ovvero dalla massima kantiana secondo cui occorre trattare ogni uomo sempre come fine e mai come mezzo e quindi applicando la massima cristiana: non fare agli altri ciò che vorresti non fosse fatto a te.

In questa prospettiva occorre promuovere i fattori che producono felicità, in particolare i "beni relazionali" (senza una visione paternalistica di "bene comune"), in modo tale che il principio che ne deriva offra il criterio per: a) risolvere conflitti fra regole esistenti; b) adeguare le regole alle nuove esigenze; c) interpretare le regole vigenti. Si pensi, per esempio, alla funzione svolta dagli artt. 2 e 3 della Costituzione italiana[12].

5. L’economia della decrescita

Se l'economia della felicità punta a un diverso modello di sviluppo che miri a valorizzare i beni relazionali, l'economia della decrescita, affermatasi a partire dagli anni Sessanta del Novecento ad opera in particolare del filosofo Serge Latouche, trae spunto invece proprio dalla critica radicale alla nozione di "sviluppo" e alla teoria dello "sviluppismo", elaborata dopo la seconda guerra mondiale e abbracciata in particolare dal presidente americano Harry Truman (1949), nel presupposto di una divisione del mondo in paesi del Nord e paesi del Sud ovvero in paesi sviluppati e paesi sottosviluppati. Lo sviluppismo, inizialmente teorizzato come politica di aiuto solidale che i paesi del Nord avrebbero dovuto fornire ai paesi del Sud per agevolarli nel perseguimento dello sviluppo economico, è stato considerato dai critici uno strumento di neo-imperialismo e una mascherata continuazione della politica dicolonizzazionedei paesi di nuova indipendenza.  

            Lo sviluppismo predica l'effetto sgocciolamento (trickle down effect), nel senso che, favorendo lo sviluppo dell'economia nel suo complesso, i benefici si trasmetteranno automaticamente dagli strati ricchi agli strati poveri della popolazione (ricorda molto da vicino la polemica fra esigenze redistributive e incremento della produttività, quale presupposto per consentire l'aumento salariale ai lavoratori dell'impresa).

            I teorici della decrescita ritengono che questa visione dello sviluppo sia astratta, poiché lo sviluppo reale si è tradotto nella mercificazione dei rapporti umani e dei rapporti con la natura nonché nella sostanziale occidentalizzazione del mondo. Esso si nutre di almeno tre paradossi: a) il "paradosso della creazione dei bisogni", poiché la crescita economica pretende di soddisfare i bisogni fondamentali dell'umanità attraverso la creazione di tensioni psicologiche e di frustrazioni; b) il "paradosso dell'accumulazione e delle disuguaglianze", che si basa sull'idea di ingrandire la torta, piuttosto che disputarsi le fette di una piccola torta, in modo che ognuno ne abbia una fetta più grande e che tutti ne abbiano a sufficienza. Di fatto, però, l'accumulazione non è possibile senza che si accompagni ad una grande disuguaglianza dei redditi; c) il "paradosso ecologico", per cui si continua a produrre qualsiasi cosa, anche a prezzi elevati, senza tener conto del fatto che man mano che passa il tempo aumentano anche i costi per far fronte all'inquinamento ambientale.

La teoria della decrescita non vede con favore neppure le attenuazioni del concetto di sviluppo, che cercano di dare un volto umano allo sviluppismo, parlando allora di sviluppo sociale, di sviluppo durevole o sostenibile, poiché l'accento cade pur sempre e comunque sull'aspetto "economico"; auspica un'altra economia, una diversa razionalità, una diversa concezione di spazio e di tempo. Lo sviluppo realmente esistente è diventato il saccheggio senza limiti della natura e produce l'omologazione del pianeta, con il genocidio di tutte le culture differenti da quella occidentale.

Di qui le due proposte ricostruttive: la decrescita conviviale e l'accentuazione del localismo.

            Occorre favorire la decrescita innanzitutto rinunciando all'immaginario economico, cioè alla credenza che "di più" è uguale a "meglio"; occorre uscire dall'ottica della necessità dei bisogni socialmente costruiti e mettere in discussione il dominio dell'economia sulla vita, ma soprattutto il dominio dell'economia sulle nostre teste. La decrescita ha come obiettivo quello di segnare il fondamentale abbandono del perseguimento della crescita per la crescita[13].

È necessario rivitalizzare l'humuslocale sia nel Nord che nel Sud del mondo, perché anche in un mondo globalizzato si vive localmente; evitare che il "glocale" serva da alibi al proseguimento della desertificazione del tessuto sociale.

In quei paesi esclusi dall'economia mondiale è riuscita a nascere un'altraeconomia (cosiddettaeconomia informale, anche se Latouche preferisce parlare disocietà vernacolare): i "naufraghi dello sviluppo" producono e riproducono la loro vita, al di fuori del circuito ufficiale, attraverso strategie relazionali.

 

6. L’economia del dono

La critica che i sostenitori della decrescita muovono all'economia di mercato capitalistica è diretta, dunque, fondamentalmente al principio di accumulazione che presuppone una crescita illimitata[14].

            L'economia del dono, a sua volta, attacca un altro principio basilare dell'economia neoclassica, e cioè lo "scambio di equivalenti" su cui si fonda il prezzo di equilibrio delle relazioni mercantili. L'economia del dono è invece una forma di economia basata sul "valore d'uso" degli oggetti, sulla capacità di un bene o di un servizio di soddisfare un dato fabbisogno.

            Tuttavia, anche nel "dono" - si riconosce - è presente un elemento di "reciprocità", sia a livello individuale sia a livello di comunità; e in certe culture ciò tende a farsi norma sociale.

            Come si è sottolineato in apertura, questo settore di studi economici trae spunto dal "Saggio sul dono" (1925) del sociologo e antropologo francese Marcel Mauss (nipote e allievo di Durkheim), che studiò alcune società indigene che basavano la loro economia per l'appunto sul dono, piuttosto che sugli scambi monetari. Il rituale del Potlatch[15], praticato da tribù indiane collocate sulla costa nord-ovest  del Canada e degli Stati Uniti e in molte altre zone del Pacifico[16], si svolgeva nel corso di ricevimenti offerti da un clan o da un gruppo leader all'interno del clan ad altri clan vicini o comunque ai propri ospiti e consisteva in uno scambio spontaneo di ricchezza o di doni, che potevano avere carattere materiale (cibi secchi, zucchero, piante, etc.) o culturale (canti e danze). Il più delle volte questi rituali si svolgevano durante l'inverno, poiché nei mesi caldi si andava a caccia e si accumulavano risorse, e comunque si volgevano in occasioni particolari come nascite, matrimoni, compleanni. Avevano una sostanziale funzione di redistribuzione della ricchezza basata sul principio della volontarietà che tuttavia creava nel donatario l'obbligazione morale del contro-dono. Esprimeva altresì nel clan o tra clan anche una relazione di potere e di gerarchia sociale, nella misura in cui la distribuzione avveniva da parte della famiglia o della tribù più potenti nei confronti di quelle più povere[17].

            L'analisi sociologica e antropologica del "dono" individua tre elementi che si succedono normalmente: il dare del donante, il ricevere del donatario (in quanto il bene o servizio deve essere accettato), il contraccambiare. In tal modo il dono si caratterizza per la reciprocità e per l'ambivalenza: esso si fonda su un principio di libertà, ma nel contempo crea nel donatario l'obbligo quantomeno morale del ricambiare, obbligazione che tende a trasformarsi in norma sociale. Si tratta comunque di un istituto basato sulla fiducia e, secondo alcuni, sull'amore.          

Nelle società moderne l'economia del dono sembra fondare numerose attività che vanno sotto l'etichetta di "economia solidale" o di "volontariato" o di "terzo settore". La mutualità è una delle forme più tradizionali[18].

Più di recente, per esempio, si sono sviluppati "centri di scambio locale" durante la crisi argentina del 1988-2001 per far fronte alla disoccupazione e favorire scambi economici non monetari. Analoghi sistemi sono le cd. "banche del tempo".

Nel settore medico i sistemi di donazione del sangue sembrano rispondere ad un principio di gratuità assoluta, con reciprocità assente o del tutto indiretta.

Altri esempi sono diffusi soprattutto nella "società dell'informazione", mediante i numerosi "free software", i programmi "open source" e le molteplici comunità di scambio di risorse musicali, librarie e documentali poste in rete.

Una particolare attenzione all'economia del dono proviene da ambienti cristiani, anche sulla spinta di alcune recenti encicliche papali. LaCentesimus annus di Giovanni Paolo II ha sottolineato la necessità di costruire un sistema socio-istituzionale fondato su tre "soggetti": Mercato, Stato e Società civile, individuando in quest'ultima il luogo più idoneo a sviluppare una economia della gratuità e della fratellanza. Benedetto XVI nellaCaritas in veritateha sostenuto che l'economia del dono è una forma concreta e profonda di democrazia economica, che può alimentare la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune presso vari soggetti.


 

7. Qualche riflessione per il giurista

Quali riflessioni possono essere sviluppate dal giurista dopo questa breve rassegna dei cd. modelli alternativi all'economia di mercato? Le ricadute sono, in verità, molteplici e di vario significato. E' ovvio che in questa sede è possibile indicare solo alcuni spunti senza pretese di completezza o di analitica argomentazione, al fine di offrire un contributo all'avvio di un dibattito in gran parte ancora tutto da costruire. E' parimenti ovvio che molte osservazioni affondano le proprie radici nella storia recente e meno recente della nostra cultura giuridica e delle nostre istituzioni.

            Vi è un primo spunto che si colloca sul piano della teoria generale.  E' ormai da tempo superato il mito razionalistico e positivistico delle scienze "pure", ivi compreso il "diritto puro". La pretesa kelseniana, pur comprensibile difesa in tempi di oscurantismo politico, di liberare il diritto da ogni elemento estraneo (ideologico o sociologico), rischia di tradursi in vuoto formalismo e in un disegno di eccessiva astrazione, analogamente alla razionalità dell'homo oeconomicusdella teoria economica neoclassica, astrazione dietro cui si celano spesso precise scelte ideologiche e antropologiche. Strumento di analisi di alcune specificità del momento giuridico (la norma come qualificazione giuridica del fatto sociale), il normativismo trascura la circostanza che la costruzione dell'ordinamento giuridico non può prescindere dai contenuti valoristici che esso intende promuovere (senza con ciò trasformarsi in Stato etico). E del resto, in questa direzione si muovono le scelte compiute dalla nostra Costituzione repubblicana, quando pone al centro del proprio disegno istituzionale la "persona", al contempo individuo e componente di formazioni sociali. La necessità di recuperare all'analisi giuridica gli apporti che provengono da altre discipline, la cui distinzione è mossa dai limiti gnoseologici della nostra capacità di comprensione, discende dalla inscindibile unitarietà vivente di individuo e società cui il diritto è applicato[19].

            Un secondo elemento di riflessione ripropone il dibattito costituzionale sui fondamenti del nostro diritto dell'economia: un dibattito che il sempre stimolante Natalino Irti ebbe a provocare verso la fine degli anni Novanta del secolo scorso a proposito della rilevata e supposta antinomia fra l'interventista art. 41 della nostra Costituzione e i principi di liberismo economico incorporati nel Trattato dell'Unione Europea[20].  E in questo caso temi costituzionali si intrecciano con temi di teoria generale, a proposito del rapporto fra diritto ed economia. Irti si oppone ai "laudatori" dell' "economia naturale", che considerano l'economia un prius rispetto al diritto e ne fanno discendere la "neutralità politica" e la "competenza tecnocratica" delle leggi economiche e dunque delle leggi dell'economia di mercato. Forse è eccessivo il ribaltamento che egli opera, affermando che la priorità logica va data al diritto, alla regola che governa l'economia, poiché a me sembra che i due momenti siano consustanziali. Su un punto sembra doversi comunque concordare: l'ordine del mercato è necessariamente anche un ordine giuridico e dunque espressione di una opzione decisionale dell'autorità preposta all'ordinamento giuridico (sia essa il principe o il popolo sovrano). "L'economia di mercato - osserva Irti - è uno tra i possibili contenuti della decisione politica e della scelta legislativa. Non un contenuto imposto da esterne leggi di natura, ma proposto da uomini ad altri uomini, e da questi avversato o condiviso, accolto o rifiutato"[21]. E a proposito di decisione politico-legislativa, gli sembra di cogliere una irriducibile antinomia fra la nostra costituzione economica e quella dell'Unione Europea, fra la scelta dell'interventismo statale della Costituzione repubblicana del 1948 e il modello di economia di mercato fatto proprio dalle istituzioni comunitarie.

Non intendo entrare nel merito del dibattito così impostato, che ha visto già esprimersi molte ed autorevoli voci. Intendo solo segnalare che l'alternativa Stato interventista e mercato liberista appare riduttiva, rispetto alle spinte che provengono dalla crisi attuale e dai modelli alternativi che sono stati in precedenza delineati. I sostenitori dell'economia del dono aggiungono un terzo protagonista a Stato e mercato, parlando di "società civile" e di "economia civile"[22]. E v'è chi teorizza, anche sulla base del principio di sussidiarietà introdotto sia nei Trattati europei sia nella Costituzione italiana, un modello di poliarchia[23], ove i centri di governo e di esercizio delle attività economiche si moltiplicano in funzione di una molteplicità di momenti causali (impresa pubblica, impresa privata, impresa sociale). Del resto non si può neppure dimenticare che la stessa Unione Europea, con la modifica del 2010 nel Trattato di Lisbona, fa espressamente riferimento con l'art. 3, par. 3, TUE a un modello di "economia sociale di mercato", senza peraltro rinunciare a obiettivi che possono invero apparire come la quadratura del cerchio. Si propone di perseguire "lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente"; obiettivi che ripropongono principi liberali e democratici, senza rinunciare alla regolazione dei processi necessari a raggiungerli[24].

Ma questa poliarchia tende sempre più a deterritorializzarsi e a collocarsi in spazi globali e spesso virtuali, per cui le fonti normative rompono il monopolio statale e si atteggiano con una molteplice gradualità di vincolatività (e vedi le varie espressioni di soft lawo droit mou) e con forme di legittimazione che trascendono la sovranità statale e territoriale (si pensi alla vicenda dei principi contabili internazionali e delle "certificazioni" private rilasciate spesso da organismi sovranazionali) [25].

Un terzo versante di riflessione si colloca ovviamente sul piano della teoria dell'impresa, il cui ammodernamento è da tempo avvertito per l'angusta nozione entro cui si muove il vigente art. 2082 c.c., del tutto conforme alla nozione neoclassica di agente economico. Non v'è dubbio che la normativa è disseminata di figure imprenditoriali eterogenee, ma quella disposizione mantiene il ruolo centrale pur in un quadro articolato e ben più complesso. Analoga vicenda si ripete per il diritto societario, non fosse altro che per la valenza della società quale impresa collettiva. La tradizionale contrapposizione fra istituzionalismo e contrattualismo si è arricchita dopo la riforma di inizio millennio - com'è noto - delle istanze del neocontrattualismo, che vede nell'operazione societaria un fascio di contratti (nexus of contracts), ma che, allocando in capo almanagementsoprattutto nella s.p.a., il potere digovernancepiù significativo di quel fascio negoziale, fa scivolare la grande impresa verso la logica istituzionale dei "battelli del Reno".  Certo è che su teoria dell'impresa e su teoria societaria premono i temi non solo della solidarietà mutualistica e della responsabilità sociale, ma l'esigenza di una rivisitazione che non sia appiattita sui moduli interpretativi dellalaw and economicsdella Scuola di Chicago.

In questa ottica l'assolutizzazione delloshareholder valueha evidenziato i pericoli ed anche l'ipocrisia di una tutela volta alla massimizzazione del risultato di breve termine che ha finito per fare il gioco speculativo delmanagement.

Da ultimo occorre segnalare che probabilmente la critica alla razionalità individualistica dell'economia di mercato non è senza riflessi sulla modernizzazione delle procedure concorsuali. L'attenzione posta alla salvaguardia degli organismi produttivi, pur attraverso la privatizzazione delle tutele dei creditori nella negoziazione delle soluzioni delle crisi, mostra che la teorica espulsione dal mercato dell'impresa marginale è più agevole da predicare nei modelli astratti che non da auspicare nella realtà sociale.

Una linea di ricerca da perseguire alla luce anche delle osservazioni sin qui sviluppate è comprendere a quale disegno di economia e di società - se ve n'è uno - risponde la recente legislazione dell'emergenza. Ma consentitemi di lasciare ad altri raccogliere questa non semplice sfida.

NOTE

  • 1) Sulle cause prossime e remote della crisi vedi, fra i tanti, S. Zamagni, La lezione e il monito di una crisi annunciata, Working Paper n. 56, novembre 2008.
  • 2) L. von Mises, L'azione umana, in L. von Mises, F. von Hayeck, Il realismo politico, Giuffrè, Milano, 1989, 199.
  • 3) A. Smith, Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni, 1776, trad. it., Isedi, Milano, 1973, 18. Ovviamente v'è chi osserva che in Smith "convivono le concezioni tanto dell'individualismo economico, più accentuato nella Wealth of Nations, quanto del sistema sociale sviluppato nella Theory of Moral Sentiment in cui gioca un ruolo centrale il "prudent man" capace di esercitare il proprio self-love in una maniera giudiziosa, simpatetica con le esigenze altrui e non indifferente all'approvazione dei propri simili" (M. La Rosa, R. Rizza, P. Zurla, Lavoro e società industriale, FrancoAngeli, Milano, 2006, 23). D'altro canto l'economia classica, di cui Smith - insieme con Ricardo e Mill - è fra i maggiori esponenti, pur costituendo il fondamento del paradigma oggi dominante e noto come "economia neoclassica", non coincide con esso. Cfr. quanto precisato nella nota che segue.
  • 4) Il "marginalismo" (o "marginal revolution") caratterizza il paradigma dell'economia neoclassica a fronte dell'economia classica. Le sue origini vengono solitamente ricondotte all'opera di tre autori della seconda metà dell'Ottocento: l'inglese W.S. Jevons con la suaTheory of Poltical Economy(1871); l'austriaco C. Menger con iPrinciples of Economics(1871); e il francese L. Walras con Elements of Pure Economics(1874-1877). Ma la sua diffusione internazionale è dovuta soprattutto aiPrinciples of Economics(1890) di A. Marshall, divenendo nel Novecento il paradigma dominante fra gli economisti "ortodossi" con gli sviluppi impressi sul piano microeconomico da Sraffa, Chamberlin e Robinson e su quello della teoria generale dell'equilibrio da Pareto, Hayek, Hicks e Arrow e Debreu. Sul piano macroeconomico si parla anche di "sintesi neoclassica" di cui è esponente, fra gli altri, Samuelson, richiamandosi ai principi dell'economia keynesiana.
    L'economia classica si differenzia da quella neoclassica per i problemi relativi al presupposto soggettivo delle scelte economiche e alla teoria del valore: la prima si fonda sul comportamento di "categorie" o classi sociali e incorpora una teoria del valore che lo fa coincidere con i "costi di produzione" del bene o servizio (donde la teoria ricardiana del valore/lavoro e gli sviluppi marxiani del plusvalore), con la relativa distribuzione del valore assunto dal prodotto alle categorie che ne hanno consentito la realizzazione (la rendita al proprietario terriero, il salario al lavoratore dipendente, il profitto al capitalista imprenditore/investitore); la seconda si fonda sull'individualismo metodologico, per cui il processo decisionale che porta alla scelta economica fa capo ai singoli individui, assunti come egualmente dotati della medesima razionalità coincidente con il fine della massimizzazione del proprio interesse,  e su una teoria del valore fondata sulla "utilità" del bene o servizio per il consumatore/fruitore, e più precisamente sulla utilità marginale che è in grado di apportare l'ultima unità del bene/servizio consumata o fruita. Donde la nozione di marginalismo.
  • 5) Naturalmente nel tempo si sono sviluppate varie forme di utilitarismo: dall'utilitarismo individuale all'utilitarismo sociale; dall'utilitarismo dell'atto all'utilitarismo della regola. Fra i tanti, si rinvia a C.A. Viano, L'utilitarismo, in C.A. Viano, E. Lecaldano (a cura di), Teorie etiche contemporanee, Bollati-Boringhieri, Torino, 1990.
  • 6) Cfr. R. Patalano, La mente economica, Laterza, Roma-Bari, 2005, 4 s. e 38 s. Il comportamentismo nasce negli Stati Uniti ad opera di J.B. Watson che reagisce, dapprima con il Manifesto 1913 e poi con i lavori Psychology from standpoint of a behaviourist del 1919 e Behaviourism del 1930,  alle correnti  di pensiero che privilegiavano l'introspezione come strumento di indagine psichica, spostando l'attenzione a fenomeni oggettivamente osservabili, quali il comportamento umano.
  • 7) Vedi R. Patalano, (nt. 6), 4, la quale, inserendosi nel filone della "economia cognitiva" che a fronte del comportamentismo è tornata allo studio dei processi decisionali della mente, sottolinea come l'economia tradizionale si sia evoluta guidata da esigenze di semplificazione facendo riferimento ad un "unico soggetto ideal-tipico e anonimo", laddove gli economisti cognitivi ritengono che "le differenze intersoggettive siano significative per l'analisi e possano essere rappresentate, senza privare la teoria del suo carattere di oggettività". Cfr. anche, per una critica antropologica, A. Caillé, Critica dell'uomo economico. Per una teoria anti-utilitarista dell'azione, Il melangolo, Genova, 2009, con un significativo saggio introduttivo di Francesco Fistetti.
  • 8) Cfr. Z. Baumann, Capitalismo parassitario, Laterza, Roma-Bari, 2009, 4: "Il capitalismo, per dirla crudamente, è un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare l'ospite, distruggendo quindi, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o addirittura della sua sopravvivenza".
  • 9) G. Nebbia, La fallacia del PIL, in Villaggio Globale 11, (44) (dicembre 2008) e in
 http://www.fondazionemicheletti.it/nebbia/sm-3008-fallacia-del-pil-vg-44-2008/.
  • 10) Al riguardo vedi il c.d. Rapporto Stiglitz o Rapporto della Commissione Sarkozy sulla misura della performance dell'economia e del progresso sociale, novembre 2010, in http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr.
  • 11) Per una efficace sintesi v. A. Magliulo, Economia e felicità. La teoria austriaca dei beni relazionali da Menger a Robbins, in Storia del pensiero economico, 2008, 2, 5 ss.
  • 12) R. Layard, Happiness: Lessons from a New Science, Penguin Books, London, 2005 (la 2a ed. aggiornata è del 2011); trad. it. Felicità: la nuova scienza del benessere comune, Rizzoli, Milano, 2005. Ma v. anche D. Kahneman, Economia della felicità, Il Sole 24 Ore, Milano, 2007; P. Sacco, S. Zamagni, Teoria economica e relazioni interpersonali, Il Mulino, Bologna, 2006; L. Bruni, S. Zamagni, Economia civile: efficienza, equità, felicità pubblica, Il Mulino, Bologna, 2004. L'economia della felicità si richiama spesso anche alla teoria dei giochi e al noto dilemma del prigioniero, per sottolineare la maggiore efficienza delle azioni cooperative a fronte di quelle competitive. 
  • 13) Di qui una sorta di manifesto programmatico basato sulle sei R: "Rivalutare i valori nei quali crediamo e sui quali organizziamo la nostra vita; Ristrutturare l'apparato di produzione e i rapporti sociali in base al cambiamento dei valori; Ridistribuire le ricchezze e l'accesso al patrimonio culturale; Ridurre l'impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e di consumare; Riutilizzare i beni d'uso; Riciclare". In verità Serge Latouche sostiene che è improprio parlare di "teoria della decrescita", poiché il termine non identifica "un modello pronto per l'uso", ma piuttosto "uno slogan politico con implicazioni teoriche" diretto a favorire l'abbandono dell'obiettivo della "crescita per la crescita" con le sue disastrose conseguenze (La scommessa della decrescita4, Milano, 2012, 11 ss.).
  • 14) E vedi anche Zygmunt Baumann con il suo pamphlet sul Capitalismo parassitario, (nt. 8), 4 s.: "Il capitalismo, per dirla crudamente, è in sostanza un sistema parassitario. Come tutti i parassiti, può prosperare per un certo periodo quando trova un organismo ancora non sfruttato del quale nutrirsi. Ma non può farlo senza danneggiare l'ospite, distruggendo quindi, prima o poi, le condizioni della sua prosperità o addirittura della sua sopravvivenza".
  • 15) Si tratta di termine di un dialetto indiano (il Chinook) che significa per l'appunto "donare".
  • 16) Nelle isole della Melanesia è noto il rituale del Kula, fatto di doni e controdoni.
  • 17) Il che ha fatto dubitare a Derrida che si sia di fronte ad una vera espressione di gratuità (J. Derrida,Donare il tempo. La moneta falsa, Raffaello Cortina, Milano, 1996; originale del 1991).
    Questi rituali furono vietati dal governo canadese nel 1884 e da quello statunitense parimenti verso la fine dell'Ottocento, su pressione dei missionari e degli agenti governativi che consideravano il potlatch "una consuetudine più cattiva che inutile", in quanto talvolta le riunioni si concludevano con una competizione esasperata che induceva alla distruzione degli stessi beni donati. Il divieto è stato abolito in Canada solo nel 1951, poiché le popolazioni indigene hanno reclamato il ripristino delle consuetudini culturali dei propri antenati.
  • 18) Interessanti sviluppi in S. Rodotà, La vita e le regole. Tra diritto e non diritto, Feltrinelli, Milano, 2006 (ed. ampliata 2009), 117 ss. con particolare riferimento al capitolo 3 dedicato a "Il dono".
  • 19) V'è chi in verità va anche oltre il paradigma personalistico, prendendo a riferimento dell'ordinamento giuridico l' "essere vivente", secondo una linea di sviluppo del pensiero filosofico che si assume come caratterizzante la stessa "filosofia italiana": cfr. per il discorso giuridico E. Resta, Diritto vivente, Laterza, Roma-Bari, 2008; S. Rodotà, (nt. 18); e nella prospettiva più ampia R. Esposito, Pensiero vivente, Einaudi, Torino, 2010. Quanto alla esigenza di recuperare l'interdisciplinarità del sapere, in particolare nel settore della finanza, v. F. Vella, Capitalismo e finanza, Il Mulino, Bologna, 2011, 7 ss.
  • 20) N. Irti, L'ordine giuridico del mercato, Laterza, Roma-Bari, 1998; cui fece seguito Aa.Vv., Dibattito sull'ordine giuridico del mercato, Laterza, Roma-Bari, 1999, con i contributi, fra gli altri, di Draghi, Elia, Iudica, Libertini, Libonati, G. Rossi e Schlesinger.
  • 21) N. Irti, Diritto e mercato, in Aa.Vv., (nt. 20), VII ss. (in particolare XVI).
  • 22) S. Zamagni, Economia civile e nuovo welfare, in M. Bray, M. Granata (a cura di), L'economia sociale: una risposta alla crisi, Solaris, Roma, 2012, 33 ss.
  • 23) F. Clementi, Costituzionalismo, sussidiarietà, poliarchia ed economia sociale, in M. Bray, M. Granata, (nt. 22), 46 ss.
  • 24) Cfr. M. Libertini, A "Highly Competitive Social Market Economy" as a Founding Element of European Economic Constitution, in Conc. e mercato, 2011, 491 ss.
  • 25) Anche su questi aspetti rinvio a N. Irti, Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto, Laterza, Roma-Bari, 2006 (nuova ed. accresciuta); nonché a V. Di Cataldo, P.M. Sanfilippo, Le fonti private del diritto commerciale, Giuffrè, Milano, 2008; e, nel sottolineare il paradigma sempre più diffuso del "pluralismo sociale", al bel lavoro di A. Benedetti, Certezza pubblica e "certezze" private. Poteri pubblici e certificazioni di mercato, Giuffrè, Milano, 2010, 187 ss. e 239 ss.